15 DIRTY PROJECTORS Bitte Orca (Domino) Alzi la mano chi aveva previsto per David Longstreth una simile evoluzione, chi aveva intravisto un grande autore pop dei giorni nostri fra lo sperimentalismo un po’ gratuito dei suoi primi dischi, e sotto le vesti spocchiose di chi pubblica indifferentemente album ispirati a Don Henley degli Eagles o ai Black Flag. Il giovane di Brooklyn stava solo aggiustando il tiro invece, o più probabilmente scherzando, e Bitte Orca lo certifica: per la prima volta frutto di un evidente lavoro di gruppo (nel sestetto spicca la cantante e bassista Angel Deradoorian, prossima al debutto solista), le sue nove canzoni sono un trionfo di musicalità irregolare, ciascuna forte per conto proprio senza bisogno di concept bizzarri. Dentro, si smontano e rimontano con naturalezza elementi di folk, prog, rock classico, r&b da classifica, musica chitarristica dell’Africa occidentale e pop orchestrale, producendo qualcosa di vivo e cangiante, tanto complesso quanto immediato e gratificante. Poco definibile, ma perfetto di fianco agli ultimi, eccezionali Grizzly Bear. (da Il Giornale della Musica n.260)
16 MULATU ASTATKE/THE HELIOCENTRICS Inspiration Information (Strut) Metterli insieme, ecco il vero colpo di genio. Dobbiamo ringraziare Karen P, producer della BBC e responsabile dell'evento Broad Cast, per l'idea: mettere insieme prima su un palco e poi in una settimana di studio gli Heliocentrics e Mulatu Astatke. Per chi non lo sapesse, e non avesse percepito la coolness che ha spinto questo disco ben al di là della cerchia degli appassionati, si tratta di un collettivo britannico dedito a una fusione molto trippy di funk, psichedelia, jazz, colonne sonore, Africa e oriente (date un ascolto a Out There, uscito su Now-Again), e del padre riconosciuto dell'ethio-jazz. Un grandissimo della musica africana e mondiale, titolare dello splendido quarto volume della serie Ethiopiques, lanciato qualche anno fa dalla colonna sonora di Broken Flowers di Jim Jarmush. Come diceva quello, “è praticamente ovvio”. I quattrodici brani nati dalla liaison formano il terzo volume della serie Inspiration Information della Strut, dedicata alle collaborazioni fra musicisti attuali e loro influenze riconosciute. Inaugurata da due titoli fiacchetti firmati Amp Fiddler/Sly & Robbie e Ashley Beedle/Horace Andy, la collana qui decolla (per proseguire ad alto livello con Jimi Tenor e Tony Allen, pochi mesi dopo). Mulatu, vibrafonista e direttore d'orchestra, stende le tracce con l'aiuto di musicisti e strumenti tradizionali del suo Paese (krar, washint e begena, l'arpa di Re Davide). Joel Yennior della Either/Orchestra – anche per loro un ottimo volume di Ethiopiques - cura i fiati. Gli Heliocentrics suonano e arrangiano secondo il loro già classico stile fumoso e spaziale, aggiungendo tocchi di fuzz e break micidiali al tipico incedere etiopico. I due stili si compenetrano perfettamente, dando vita a un ibrido forse meno sperimentale del previsto, ma incredibilmente affascinante.
17 THE VERY BEST Warm Heart Of Africa (Green Owl/Moshi Moshi) C’erano un francese, uno svedese e un malawiano, pare una barzelletta. Annunciata lo scorso anno da un mixtape diffuso in rete, la collaborazione fra i produttori Radioclit e il cantante Esau Mwamwaya (tutti londinesi d’adozione) arriva oggi alla prima uscita ufficiale. Volendo tagliare corto, basterebbe il titolo: è davvero il calore che emana la prima cosa a colpire del disco. Esau canta come uno al quale daresti le chiavi di casa cinque minuti dopo averlo conosciuto, e la sue parole in lingua chichewa stanno a meraviglia sulle basi di Etienne Tron e Johan Karlberg, fra dance attuale, suggestioni africane ed electro-pop anni ’80 non abusato. Più che quella di una M.I.A. ormai impegnata a fare la stessa cosa ovunque, quadra il cerchio l’ospitata di Ezra Koenig dei Vampire Weekend nella title-track. La Island di una volta, esistesse ancora, non se li lascerebbe scappare. (da Rumore n.213)
18 ANTONY AND THE JOHNSONS The Crying Light (Rough Trade) Il primo dubbio non ha impiegato molto ad arrivare: troppo poco il diciottesimo posto? Chi mi segue da un po' sa della mia adorazione totale per Antony, per i suoi dischi e per quel gioiello che sono le sue collaborazioni con Hercules & Love Affair. In più, aggiungo di avere appena scelto I Am a Bird Now come disco del decennio che va a concludersi. Eppure The Crying Light vola basso in classifica. Forse sottovalutato, in effetti, ma anche ascoltato enormemente meno dei suoi due predecessori. Manca l'effetto sorpresa, innanzitutto. L'impressione di trovarsi di fronte a un alieno appena piombato fra di noi, o la testimonianza del suo trasformarsi in stella. Antony è di famiglia ora, e meno male. Resta un fuoriclasse, e forse stiamo solo spaccando il capello in quattro, ma il suo ultimo album fa intuire una possibile evoluzione non proprio entusiasmante. Ovvero, quella che rischia di portarlo verso una classicità cercata e un po' meno spontanea, anzi quasi compiaciuta del proprio talento e delle proprie capacità. Anche nei brani più riusciti, è difficile liberarsi dell'idea maligna che Antony tenda a fare se stesso, e con grossa soddisfazione, sbavando leggermente verso qualche arzigogolo e qualche teatralità di troppo. Ci vogliono più ascolti insomma, per passare sopra a questo sentore e per abituarsi a canzoni meno immediate e intense del solito, ma questo non vuol dire che The Crying Light sia brutto, anzi. Il quartetto iniziale è eccellente, ad esempio: Her Eyes Are Underneath the Ground apre con delicatezza, Epilepsy Is Dancing segue calda e placida come una ballata pop, One Dove aggiunge sapori jazzati e una leggera inquietudine, Kiss My Name è bella e basta. Così come lo è Aeon, che risolleva il tutto dopo una parte centrale più appiattita sul modello voce/piano, grazie a un azzeccato arpeggio di chitarra elettrica e a toni gospel. Ma se Antony arrivasse oggi, presentandosi al mondo con questo biglietto da visita, difficilmente avrebbe lo stesso impatto. Su chi scrive, almeno, se non sulla musica tutta.
PS - In quanto a bellezza della canzone e a possibile strada alternativa da seguire, siamo sicuri che Shake That Devil (uno dei quattro inediti del singolo Another World), non meritasse qualcosa di più?