28/12/09

Rumore outtakes / 2



AA.VV.
Bite Harder: The Music De Wolfe Studio Sampler Volume 2
(De Wolfe Music Library)


Vi è sicuramente capitato di vedere un film, preferibilmente degli anni ’60 o ’70, e di restare colpiti da parti di colonna sonora non identificabili, e non reperibili sul mercato. Si tratta delle cosiddette library recordings, musiche prodotte appositamente per essere usate da cinema e televisione, e catalogate per comodità d’uso in base a genere, atmosfere e tempo piuttosto che ad autori ed esecutori. Che spesso erano coperti da pseudonimi (i primi) o anonimi (i secondi): i Pretty Things e Jimmy Page, per esempio, hanno arrotondato per anni lavorando per De Wolfe, la più importante casa di produzione britannica nel settore. Bite Harder è la prima uscita commerciale ufficiale del marchio, ed è il seguito di un primo volume ormai introvabile (Bite Hard, uscito per BBE nel 1998): diciannove tracce registrate fra tardi ’60 e primi ’70, funk nell’accezione più ampia del termine, imparentato di volta in volta con rock, psichedelia, afrobeat, tropici. Miniera d’oro per i campionatori, grande ascolto per tutti.

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House Of All
Mr Renateen And The J.L. Sunglasses
(Tea-Kettle)


E dopo i punk californiani che si mettono a fare i mariachi (vedi The Bronx sul numero scorso), ecco gli indierocker italiani che si mettono a fare i bovari. Nati per gioco da membri di Canadians e Fake P, gli House Of All mettono al posto del Texas repubblicano il Veneto leghista, e il risultato (sarà un oscuro presagio?) non cambia: pura calligrafia country-folk elettroacustica, mimetismo totale fra banjo e violini, coretti e omaggi espliciti alla Sun Records, a Johnny Cash e tutto un immaginario che pur non essendo il nostro, è da sempre di fatto anche nostro. Certo la terra della provincia di Verona è bassa come quella di Lubbock o Albuquerque, il mais è sempre giallo e la carne sempre rossa, ma perché parliamo di “ritorno alle radici” quando le radici in questione sono quelle di altri? Anche per questo Mr Renateen And The J.L. Sunglasses è un lavoro piacevole e ben fatto, ma tutto sommato innocuo.

Rumore outtakes / 1



Pax Nicholas And The Nettey Family
Na Teef Know De Road Of Teef
(Daptone)

Ghanese di Accra, Nicholas si trasferisce a Lagos ed entra negli Africa 70 di Fela Kuti nel 1971, diciottenne, per occuparsi di congas e cori. Come tanti colleghi, da Tony Allen ai meno celebrati Lekan Animashaun e Tunde Williams, porta avanti anche una carriera solista, con gli stessi Africa 70 come band. Fela quasi boicotta queste digressioni, e pare che all'ascolto di Na Teef Know de Road of Teef – uscito nel 1973, due anni dopo Mind Your Own Business – la sua reazione non sia esattamente di giubilo: troppo bello per passare inosservato e non spostare l'attenzione. Nicholas non ha il carisma vocale del capo, ma c'é una vena tesa e quasi malinconica a rendere speciali l'afrobeat classico della title-track e di Ataa Onukpa, l'emozionante Na Six Feet, il superfunk di You. Nessuno peró poteva fare ombra al capo. Forse per questo non escono altri album, e forse per questo (oltre che per la violenta repressione a cui lui e i suoi seguaci erano sottoposti da parte del governo nigeriano) nel 1978, al Berlin Jazz Festival, buona parte della storica formazione molla tutto e resta in Europa. Nicholas compreso.

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Gary Higgins
Seconds
(Drag City)


Torna a farsi vivo Gary Higgins. Titolare di un classico misconosciuto del freak-folk come l'eccellente Red Hash, uscito in mille copie nel 1973 e portato alla luce da Drag City nel 2005, il nostro impiega trentasei anni a dargli un seguito. Ne è valsa la pena? Mah. Per lui probabilmente sì, e non possiamo che gioirne. Per noi assai meno: Higgins suona bene la chitarra e ha una voce morbida e gradevole, ma il calore analogico di una volta si è perso in un suono freddo e amatoriale da negozio di strumenti anni '80, così come l'inquietudine che serpeggiava pare normalizzata in un folk-pop generico solo occasionalmente (Demons, Ten-Speed) interessante. Non aiutano testi di una ingenuità a tratti sconcertante (va bene il pacifismo, ma Folded Flag è davvero troppo...), roba da Dire Straits sfigati (Don't Wanna Lose) e abbozzi fiabeschi da rimastone senza speranza (la delirante Little Squirrel).

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Frost
Ludotech
(To Lose La Track)


“Mi hai gettato lo stereo nella vasca/E ho fatto un bagno con 200 volts”, “Sono un po' distratto e non capisco come/Sia finito il gatto dentro al frullatore”: può bastare? Chi scrive difficilmente criticherà il coraggio di chi passa dall'inglese all'italiano, ma chi lo fa deve assumersi le sue responsabilità. E questo secondo album del quintetto umbro è purtroppo imperniato su testi che, se non raggiungono le vette di cui sopra, cercano comunque sempre il colpo ad effetto pop. Quasi mai riuscendoci. Il tutto al ritmo di un electro-pop da Bluvertigo in salsa indie ben fatto e ben prodotto, ma fuori tempo massimo a dir poco; che promette bene nell'iniziale, contagiosa Disco Overdrive, ma stanca prestissimo. E inoltre: che rapporto c'è fra il logo “Sponsored by Suzuki Perugiamotori” bello grosso in copertina e una canzone intitolata My Suzuki che come testo ha solo il nome della casa giapponese? Scelta artistica?

24/12/09

Kebabstep

Seppur lievemente denigratoria, la definizione coniata dal Pasta è qualcosa di straordinario.
Spiegare di che si tratta è cosa lunga, e di nessun interesse se non per una ventina di nerd, compresi il sottoscritto e il Pasta. Se potevate capirlo e dunque fate parte della ventina, lo avete già capito senza bisogno di questo par di pezzi.



17/12/09

Il nostro 10 settembre e mezzo?

Che fosse una patacca mi sa che l'hanno pensato in molti, dai primi istanti.
La telecamera che si sposta proprio in quel momento, l'entrata in auto e l'uscita quasi immediata, il sangue che prima non c'è e poi c'è già bello coagulato (e solo in volto), la strana tranquillità della scorta (di solito le scorte sono piuttosto tese, anche per molto meno).
Qualcuno timidamente lo ha detto, qualcuno lo ha solo pensato ma non lo ha detto perchè magari impegnato a stappare bottiglie, o a stemperare i toni, o perchè a fare quelli che vedono la messa in scena ovunque si fa la figura degli sfigati, e aspettavamo tutti che qualcuno cominciasse.
Però.



16/12/09

Barack e burattini

Forse non avevamo capito che "chiudere Guantanamo" voleva dire semplicemente trasferire baracca e burattini da un'altra parte, che dici Obama?

1 marzo 2010



Niente male come idea lo sciopero degli stranieri che si sta cominciando a organizzare tramite passaparola in rete, data prevista il 1 marzo 2010. Potrebbe essere una maniera efficace di spiegare a tanti italiani moderni che la maggior parte degli stranieri residenti in Italia ha un lavoro (che ha rubato agli italiani, naturalmente, anche se è noto come non hanno voglia di lavorare), una famiglia e una vita del tutto simile alla nostra.
Sarà difficile stimolare in molte menti il salto dal particolare al generale, visto che per gli stranieri con i quali abbiamo a che fare quotidianamente siamo spesso disposti a fare delle eccezioni - il proprio dipendente è sempre un bravo lavoratore, i genitori del compagno di classe del figlio sono sempre delle brave persone, la badante della vecchia zia è sempre un tesoro e l'egiziano che ci arrotola il falafel è sempre simpatico - ma tutti gli altri se ne devono tornare a casa perchè c'è il problema della sicurezza e perchè o si adeguano alle nostre tradizioni o via a calci in culo. Il 90% dei nostri dipendenti è straniero ma votiamo Bossi, insomma.
Sarà difficile, dicevamo, ma potrebbe essere un ottimo inizio.

Dice il sito ufficiale dell'evento: "Cosa succederebbe se migliaia di infermieri, pizzaioli, muratori semplici e specializzati, saldatori, mulettisti, badanti, baby sitter, cassiere, capireparto, artisti, mediatori culturali ed educatori, addetti alle pulizie negli uffici, custodi e concierge, camerieri, operatori turistici, centralinisti, magazzinieri, operatori informatici, insegnanti, medici, politici, opinionisti, giornalisti… si fermassero tutti insieme?"
Sarebbe favoloso. Lo hanno già fatto negli Stati Uniti il 1 maggio del 2006, e stanno organizzandosi per farlo lo stesso 1 marzo 2010 in Francia.
Mi permetto però un suggerimento.Dice sempre il sito ufficiale dell'evento: "E cosa succederebbe se insieme a loro si fermassero studenti medi e universitari, casalinghe, liberi professionisti dell’edilizia, dei trasporti privati, dei settori dei servizi? E se a questi si aggiungessero anche i loro colleghi italiani, impiegati negli stessi settori, partecipi delle stesse attività, accomunati dal senso di squilibrio e disuguaglianza che colpisce tutti?"
Sarebbe favoloso, un vero sciopero generale, ma forse svierebbe dal senso stesso della manifestazione: sono gli stranieri che devono scioperare, solo loro. Se scioperano insieme a loro anche gli italiani, non è più lo sciopero degli stranieri. Come si fa allora a dimostrare che senza gli stranieri l'Italia non va avanti?
Servirebbe, a mio parere, che gli italiani sostenessero l'iniziativa in altre maniere.

Quindi i punti dall'1 al 7 della mail che sta girando in questi giorni:
"1) diffondere il più possibile l'iniziativa, soprattutto tra gli stranieri che conoscono o con cui hanno dei contatti (invitarli dunque a iscriversi al gruppo e a visitare il blog, se possono - ma stiamo cercando di rendere scaricabile per tutti il materiale informativo e quindi la diffusione potrà essere fatta anche in modo tradizionale, attraverso volantini);
2) contribuire attivamente alla costituzione di comitati locali e partecipare alle attività del proprio gruppo;
3) indossare quel giorno un simbolo di riconoscimento (stiamo ragionando su quale potrebbe essere);
4) suggerire forme di protesta alternative allo sciopero strictu sensu (non tutti possono astenersi dal lavoro, pensiamo ai precari, a chi fa lavoro domestico, a chi non ha un contratto regolare...);
5) facilitare l'adesione allo sciopero da parte degli stranieri: informarli rispetto ai loro diritti, indicare le strade da percorrere per farli valere e, se si è datori di lavoro, incoraggiare i propri dipendenti a esprimere il dissenso;
6) attivarsi per raccogliere fondi: non ne abbiamo, siamo persone comuni, e per produrre il materiale informativo, i manifesti e portare avanti le attività dei comitati servono risorse;
7) mettere a disposizione il proprio know how: servono consulenze legali, abilità informatiche etc etc per portare avanti l'iniziativa."

Ma forse non il punto 8:
"8) SCIOPERARE: questo sciopero avrà più impatto se vedrà uniti italiani e stranieri, nella consapevolezza che la violazione dei diritti è un danno per l'intera società e non solo per le persone immediatamente colpite."

In ogni caso, facciamo girare.

(E già che siamo in argomento, qualcuno spiega a Lippi che Balotelli non è un oriundo?)

A naso



Ancora prima di levare il cellophane, mi sento di dire che questa raccolta fresca di stampa della Now-Again è stupenda sotto ogni aspetto.
Levato il cellophane, ancora prima di ascoltarla mi sento di dire che questa raccolta fresca di stampa della Now-Again è stupenda sotto ogni aspetto.

PS - Now playing: Bad Girls di Donna Summer, edizione deluxe con secondo cd tutto singoli, promo e versioni estese. Alla Fnac di Torino ce n'è ancora una in offerta a 15 euro.

11/12/09

Hat-trick

Giù il cappello per i tre "interpetrare" in mezz'ora di Santoro ieri ad Anno Zero.
Peccato non aver mezzo la ciliegina con un bel "pultroppo".

08/12/09

Trivia

Scopro oggi che oggi, giorno del mio compleanno, non solo è stato ucciso John Lennon, ma anche Dimebag Darrell dei Pantera.

07/12/09

(colpo di tosse)

Da qualche tempo io e il doppiamente collega nonchè maestro Giorgio Valletta suoniamo insieme come Computer Says No.
Questa è la nostra prima cassettina mixeata.

COMPUTER SAYS NO. Live Mix 1. December 2009.  by  Computer Says No

Menzione speciale

Come i lettori sanno, il mensile di cui sono redattore pubblica le sue classifiche annuali nel numero di dicembre, tagliando fuori grossomodo due mesi di uscite. Lo scorso anno sono riuscito a fare entrare per il rotto della cuffia, e direttamente al primo posto, Black Diamond dei (di? del?) Buraka Som Sistema. Quest'anno, per una serie di motivi complicati da spiegare, il disco che avrebbe potuto ribaltare le gerarchie e piazzarsi molto in alto nei primi dieci posti lo avevo in casa da qualche giorno, ma ho realizzato troppo tardi le sue potenzialità. A giochi fatti, perchè fare una classifica è cosa faticosa e una volta fatta non la si cambia, dedico una menzione speciale.



KING MIDAS SOUND
Waiting For You...
(Hyperdub)
Dopo aver firmato come The Bug uno dei migliori album nella breve storia del dubstep, Kevin Martin torna con un progetto altrettanto fondamentale, per molti versi complementare a quell'esplosione di bassi e rime. Se London Zoo aveva del dub aggressivitá e potenza militante, Waiting For You fa sue economia del suono tramite sottrazione, sonnolenza, austeritá. E' il suono etereo del ritorno a casa con le orecchie sfondate, un madrigale subacqueo guidato dallo straordinario Roger Robinson, poeta anglo-caraibico diventato cantante. Di Martin giá si conosceva il valore, lui é la sorpresa, sia quando libera il falsetto sia quando declama severo. Insieme si avventurano fra gelo spettrale e calore umano, fra soul fumoso (I Man, Dahlin) e paranoia strisciante come il miglior Tricky proiettato nell'oggi (Lost, Earth a Kill Ya), lasciando il segno con canzoni intensissime, e con la cosa piú pop mai uscita per Hyperdub.
(da Rumore n.215)

06/12/09

1. ANIMAL COLLECTIVE. Merriweather Post Pavilion.



1
ANIMAL COLLECTIVE
Merriweather Post Pavilion
(Domino)

C'era da aspettarselo. Un disco come Person Pitch non poteva non cambiare le sorti dell'Animal Collective tutto. Come se a Panda Bear fosse toccato il grande balzo in avanti e il resto della truppa avesse deciso di seguirlo senza esitazioni, pur se non al completo. Sono della partita infatti Avey Tare e Geologist, ma è in pausa a tempo indeterminato Deakin, e proprio l'assenza della sua chitarra è il secondo grande fattore - con l'esplosione solista del Panda - alla base di Merriweather Post Pavilion. Che non è tanto rivoluzione, quanto piuttosto accelerazione di un processo inevitabile: si doveva arrivare qui, per forza. A canzoni che restano sperimentali nella fattura eppure comunicano verso l'esterno, concrete, più forti di quelle cosette svitate e un po' autoreferenziali che facevano innervosire, e fino ad ora avevano impedito di godersi del tutto il talento di questi messaggeri del bello. Tramutatisi da bozzolo in splendida, multicolore farfalla di fronte ai nostri occhi grazie a questi undici inni gospel psichedelici e futuristi. Strati e strati di suoni e campioni di ogni genere, filtri e riverberi, ritmi mai così potenti e bassi, intrecci vocali multipli di fronte ai quali i Fleet Foxes paiono timidi chierichetti. Un Person Pitch al cubo, con idee che spuntano da ogni angolo per venire esaltate – terzo fattore – dalla perizia tecnica di Ben Allen, uno che finora aveva lavorato con Diddy, Gnarls Barkley e Christina Aguilera, e che cesella con il Collettivo un manifesto pop contemporaneo. Un trionfo di gioia e fanciullesca, febbrile eccitazione che stordisce.
(da Rumore n.204)

Sottigliezze

Perchè il TG1 chiama il No-Berlusconi Day, senza nominarlo, "manifestazione contro il governo"?

2. MAJOR LAZER. Guns Don't Kill People... Lazers Do.



2
MAJOR LAZER
Guns Don't Kill People... Lazers Do
(Downtown)

Eccolo infine, l’album giamaicano di Wesley “Diplo” Pentz e Dave “Switch” Taylor. Dopo il lavoro di entrambi sugli album di M.I.A. e Santigold, possiamo finalmente ascoltare l’attesa collaborazione fra lo statunitense, mago della dance globale, e il britannico, inventore della fidget house. Insieme sono volati a Kingston, hanno reclutato un bel gruppo di voci soprattutto locali e hanno messo a punto una loro personalissima versione di quello che è il dancehall reggae oggi. Versione bastarda, per forza di cose: su un genere da sempre fra i più innovativi in circolazione, i due fanno convergere un ulteriore carico di idee e follia stilistica, consegnando ai cantanti riddim fenomenali.
In almeno sette casi i risultati sono letteralmente stratosferici: Lazer Theme innanzitutto, giro rubato a Six Pack dei Black Flag (!) e ritmo kwaito, mitragliatrici e un indiavolato Future Troubles. Allo stesso caleidoscopico livello stanno il potente singolo Hold the Line (chitarra surf, cavalli che nitriscono e cellulari che trillano, Santigold e Mr. Lex in duetto) e Pon de Floor (di nuovo molto kwaito, delirante bomba minimale con Vybz Kartel al microfono), l’ossessiva When You Hear the Bassline (frenetica Ms. Thing su base scarna fra kuduro e Kala) e la spiritata Anything Goes (sottofondo gorgogliante e archi inquietanti dal gusto cinematografico, al servizio di un maestoso Turbulence).
Appena sotto stanno l’electro-asiatica Bruk Out (ancora Ms. Thing insieme ai T.O.K.), la sinuosa e vietatissima What U Like (occhio a quello che si dicono Einstein e la stella prossima ventura Amanda Blank…) e Jump up (ghetto house caciarona coprodotta con i nostri Crookers, e cantata dai velocissimi Supa Hype e Leftside). Al confronto, due episodi roots ben fatti ma stranamente canonici come Can’t Stop Now (ottima Jovi Rockwell in coppia con Mr. Vegas) e Cash Flow (belli e strani quei fiati nel finale), paiono poca cosa. Ma il voto lo abbassano soprattutto la macchiettistica Mary Jane e Keep It Goin Louder, tamarrata con vocoder e ganci pop dozzinali degna del peggior Akon. Il resto basta e avanza comunque.
(da Rumore n.209)

05/12/09

3. AAVV. Permanent Vacation – Selected Label Works N°1.



3
AAVV
Permanent Vacation – Selected Label Works N°1
(Permanent Vacation)

Uno dice disco e pensa subito a New York, ma Monaco di Baviera dove la mettiamo? Gli studi Musicland di Giorgio Moroder? I dischi di Donna Summer prodotti da Giorgio Moroder? La Oasis Records di Giorgio Moroder? I Munich Machine di Giorgio Moroder? Giorgio Moroder? Ma non solo: è a Monaco di Baviera, forse per motivi di vicinanza geografica con il Lago di Garda e la Romagna, che il suono cosmic italiano di Baldelli, Loda e Mozart trova asilo quando in Italia cominciano a prendere il sopravvento cose più commerciali. Non stupisce quindi che proprio da lì arrivi l’etichetta che più di tutte ha sposato la causa della disco moderna, e delle sue accezioni balearic e cosmic in particolare. Si fa un gran parlare degli scandinavi, e a ragione, ma l’importanza della Permanent Vacation di Tom Bioly e Benjamin Fröhlich è ormai difficile da sottovalutare.
Prima la ristampa di un classico come Camino del sol delle Antena, con relativo album di remix. Poi gli album di Kathy Diamond e Woolfy Vs Projections. In mezzo una serie di 12” clamorosi, e oggi una doppia raccolta (non mixata!) che ne seleziona il meglio fra originali e remix, e lo integra con tracce inedite dello stesso livello stellare. Si intitola Permanent Vacation - Selected Label Works N°1, viaggia fra 95 e 110 bpm, ha una scaletta praticamente perfetta sia per i patiti, sia per chi volesse avvicinarsi al genere: Sally Shapiro, Dølle Jølle, Lullabies In The Dark, Bostro Pesopeo, 40 Thieves, Steve Yanko e Lexx fra i titolari delle tracce; Aeroplane, Holy Ghost!, Junior Boys, Invisible Conga People, Hercules & Love Affair, Superpitcher e Todd Terje fra i manipolatori. E una Tic Toc che segna l’ottimo esordio discografico dei due boss stessi, con la diva Kathy Diamond al microfono.
(da Rumore n.207)

4. GRIZZLY BEAR. Veckatimest.



4
GRIZZLY BEAR
Veckatimest
(Warp)


Tanto per cominciare, parlando da consultatore compulsivo di Google Maps, ribadisco quanto detto a Ed Droste stesso in sede di intervista qualche tempo fa: intitolare un album come un'isola minuscola e disabitata della costa del Massachusetts (eccola!) è un gesto bellissimo.
Altrettanto se non più bello ancora è il terzo album dei Grizzly Bear. Una via moderna e personale al folk corale che tanto va di moda di questi tempi, riuscita nei minimi particolari. Che sono tanti, i minimi particolari, e suonando il più delle volte geniali e inattesi contribuiscono alla natura davvero poco convenzionale di Veckatimest.
Le sue dodici canzoni hanno quasi sempre uno svolgimento imprevedibile, deviano dai consueti percorsi di strofe e ritornelli e fanno in modo piuttosto che tutto sia contemporaneamente strofa e ritornello, o nessuno dei due, con nostra somma felicità. I quattro newyorkesi hanno un gusto per la ricchezza degli arrangiamenti, per i cambi repentini, per la meno battuta fra le strade possibili che sfiora il barocco, ma ne restano indenni, trasformando un lavoro formalmente complicato in un gioiello di grazia e misura. Al suo interno, un susseguirsi di sorprese e dolcezze, acustico ed elettrico, archi e cori, picchi di euforia e di intimità, un lirismo che riesce a colpirci al cuore senza alcunchè di banale. E quella là bella della pubblicità di quell'automobile.

04/12/09

5. SHACKLETON. Three EPs.



5
SHACKLETON
Three EPs
(Perlon)

Non era roba per tutti, la Skull Disco di Appleblim e Shackleton. Era l’ala più claustrofobica, scura e sperimentale del magmatico fenomeno dubstep. Chiusa l’esperienza e stabilitosi nella Berlino dell’amico Villalobos, Shackleton apre le ali e spicca il volo, uscendo definitivamente dai confini sempre meno incerti del genere e imponendosi come grande musicista elettronico tout court. Inizialmente concepito non come album ma come raccolta di tracce indipendenti (e non di tre singoli come il titolo potrebbe fare intendere, é solo una questione di formati: in vinile Three EPs esce appunto su tre 12”), il suo primo lavoro in lungo scorre con coesione e naturalezza impressionanti. Non rompe con il passato, lo riconfigura piuttosto con una ampiezza di sguardo nuova, una leggerezza di tocco mai rivelata prima, una comunicatività rara per chi frequenta suoni che da sempre evocano palazzoni, viali di periferia, automobili, notte. La sensibilità dub é il pilastro oggi come ieri, insieme ai marchi di fabbrica di Shackleton: i campioni vocali, i bassi molto fisici e veri, le percussioni dal sapore orientale. Proprio queste ultime concorrono al fiorire di ritmi unici per schemi e suoni, intricati e imprevedibili come tutto l’insieme. Quasi mai costretti nei 4/4 ai quali la nuova residenza e la nuova etichetta farebbero pensare: non si balla quasi mai, oppure lo si fa, ma ciascuno secondo modi e pulsazioni proprie. Abbiamo visto anche dei bambini farlo. Berlino la si nota piuttosto a un livello astratto, in questa libertà espressiva, in questo unire con naturalezza cervello e corpo. Come vera intelligent dance music, si direbbe. Non bisognosa di decodifiche, non sfoggio di creatività autoreferenziale, ma vicina e amica, umile, luminosa.
(da Rumore n.214)

6. UOCHI TOKI. Libro Audio.



6
UOCHI TOKI
Libro Audio
(La Tempesta)


Aggiungere altre parole al diluvio logorroioco che sono gli Uochi Toki, e che naturalmente è anche questo loro terzo album vero e proprio, primo per La Tempesta, sembra davvero l'ultima cosa da fare. La tentazione sarebbe quella di incollare qui uno dei testi, per esempio quello di Il ballerino, dire che un disco con testi del genere (sembra impossibile, ma qualche santo si è preso la briga di trascriverli parola per parola qui) andrebbe comprato a prescindere dalla musica e chiuderla così.
Proverò quindi ad essere sintetico: mi chiedo come mai il rapper Napo e il prduttore Rico non siano ancora delle stelle, quantomeno nella poco eccitante scena indipendente italiana attuale (fossimo negli anni '80, chissà...). Me lo chiedo e ho anche la solita tragica risposta buona in questi casi: bisognerebbe essere intelligenti, o se non altro curiosi, anche se le due caratteristiche di solito viaggiano in coppia. Bisogna fare attenzione, molta attenzione, ascoltando gli Uochi Toki. Non sempre se ne ha voglia, ma si è ripagati con gli interessi. Ci vogliono molti ascolti, ma non per modo di dire, come usiamo noi giornalisti musicali quando un disco non ci convince e non capiamo bene perchè. Ce ne vogliono tanti perchè c'è davvero tanta roba, e coglierla tutta insieme e subito è impossibile. In ogni rima, letteralmente in ogni rima c'è da fermarsi a riflettere, riavvolgere l'ipotetico nastro e riascoltare. Non sempre fanno rima, Napo non ne ha bisogno. E proprio per questo le poche volte che lo fanno, in mezzo a schemi lirici imprevedibili, l'effetto è quello di un flash dirompente.
C'è un pezzo che dura dieci minuti, un altro che ne dura sei e rotti, due stanno sopra i cinque, tutti sono parlati dall'inizio alla fine o quasi. Il vocabolario ha il doppio delle pagine di quello del rapper medio, il contenuto si è fatto più maturo e visionario (occhio a Lo spadaccino), i flash nel quotidiano sono più rari, ma accecanti (I mangiatori di patate e Il nonno, il bisononno una dopo l'altra sono un'accoppiata strepitosa).
Le basi, d'altro canto, sono quanto di meglio Rico abbia mai realizzato: sempre ossessive e minacciose, ma più compatte e originali, adattate al tema di ciascuna traccia come se fosse in atto una simbiosi perfetta fra parola e suono. Il ladro e la citata Il nonno, il bisononno hanno forse i beat più prossimi alle convenzioni hip hop nella storia del duo, e nonostante questo non assomigliano a nulla. Qua e là emergono pesanti atmosfere metal, o il gorgogliare distorto tipico del dubstep più stradaiolo, e il bello è che anche una ipotetica versione strumentale del disco starebbe in piedi benissimo. Mandare una copia alla Planet Mu?

03/12/09

7. FUCK BUTTONS. Tarot Sport.



7
FUCK BUTTONS
Tarot Sport
(ATP)

È una mancanza piuttosto comune: chi ascolta tende a sottovalutare, se non addirittura a ignorare, il ruolo che il produttore artistico ha in un disco. Bada al nome scritto sulla copertina, e deduce che sia tutta farina del suo sacco. Ma come la stessa orchestra può affrontare diversamente il medesimo repertorio a seconda della bacchetta che la dirige, così un gruppo può suonare diversamente a seconda dell’uomo seduto “ai comandi”. Uomo che nel caso del secondo album dei Fuck Buttons - duo di Bristol rivelatosi lo scorso anno grazie al debutto Street Horrrsing - risponde al nome di Andrew Weatherall. Una colonna della dance britannica, da vent’anni sulla breccia come DJ, musicista, produttore e remixer. È lui a dare una più marcata intenzione ritmica alla musica di Andrew Hung e Benjamin John Power, razionalizzandone le strutture e tirando fuori una comunicatività e un’accessibilità fino ad ora nascoste negli strati di rumore e melodia accumulati dai due, entrambi manipolatori di computer e apparecchiature elettroniche analogiche. Ne viene fuori una sorta di rave party moderno, un viaggio estatico inaugurato dal palpitante singolo Surf Solar e chiuso dal tribalismo epico di Flight of the Feathered Serpent, che finisce per ricordare i momenti meno convenzionalmente rock del capolavoro Screamadelica, firmato nel 1991 dai Primal Scream e prodotto proprio da Weatherall. Bentornato.
(da Il Giornale della Musica n.264)

02/12/09

Si comincia

Ore 19.55: "Avete un gruppo uguale ai Depeche Mode con un cantante che canti alla Dave Gahan?"

8. JAHDAN BLAKKAMOORE. Buzzrock Warrior.



8
JAHDAN BLAKKAMOORE
Buzzrock Warrior
(Gold Dust Media/!K7)

E alla fine, si torna sempre in Giamaica. Passano le stagioni, passano le mode, e ciclicamente rispunta il reggae o una delle sue numerose mutazioni come cosa piú calda del momento, anche per chi normalmente non lo toccherebbe nemmeno con un forcone. Ogni volta serve uno sdoganamento, e per questo bisogna dire grazie a Diplo e Switch, e al fenomeno Major Lazer. Nato in Guyana e cresciuto a Brooklyn, Jahdan Blakkamoore é una delle numerose voci ospiti di Guns Don’t Kill People… Lazers Do!, ma non salta fuori dal nulla: oltre a cantare nei Noble Society, ha collaborato in passato con pezzi grossi dell’hip hop piú credibile (DJ Premier, Afu Ra, Dead Prez) ed è un microfonista dalla reputazione solidissima nel giro globalista. Insieme ai produttori Geko Jones, Matt Shadetek e DJ/rupture – consiglio per gli ascolti tardivo ma sempre doveroso: il suo Uproot dello scorso anno è uno dei mix album indispensabili del decennio – forma inoltre la Dutty Artz Crew, e proprio gli ultimi due sono i maggiori responsabili del recente Buzzrock Warrior (Gold Dust Media/!K7).
Un album di debutto che non delude le attese, fresco e trasversale nel mettere nero su bianco ascolti eterogenei e davvero globali. Dancehall creativa quindi, ma anche dubstep, hip hop, cumbia, grime, electro, r’n’b e soul. Con complici in tema, se un tema c’è: il duo techno berlinese Modeselektor (nella solenne e minacciosa Dem a Idiot), l’argentino Chancha Via Circuito, membro del collettivo nu-cumbia Zizek (nell’irresistibile Let’s Go), la stelle grime emergenti Durrty Goodz e Jammer, il brasiliano re del suono elettronico apolide Maga Bo, il vicino di casa 77Klash, la cantante e performer Abena Koomson. Ma non è l’elenco delle presenze a fare del disco una delle migliori uscite del momento. Protagonista e il filo conduttore è soprattutto Jahdan, con il suo timbro intenso e potente, con la sua sicurezza e la sua versatilitá, con i suoi testi interessanti e ben oltre i luoghi comuni, illuminati da ritornelli che agganciano senza scadere nelle banalitá di tanta musica afroamericana da classifica.
(da Rumore n. 214)

The whole thing was PR, just like 'weapons of mass destruction'

Gore Vidal su Obama e l'Afghanistan. Il 30 settembre scorso (articolo qui).

"He has a total inability to understand military matters. He’s acting as if Afghanistan is the magic talisman: solve that and you solve terrorism.”

9. SONIC YOUTH. The Eternal.



9
SONIC YOUTH
The Eternal
(Matador)

Largamente anticipato da una delle poche notizie sul mercato discografico non aventi a che fare con tagli, crisi e ghigliottina per chi scarica, il ritorno dei Sonic Youth a un’etichetta indipendente dopo due decadi di Geffen si concretizza finalmente con The Eternal. Certo parliamo di un colosso come Matador, mica di Woodsist o Sacred Bones, ma l’effetto benefico del trasloco è comunque sorprendente: come un Silvio passato da Veronica a Noemi, i cinque (al basso è entrato in pianta stabile Mark Ibold, ex-Pavement, già sul palco nei tour più recenti) sembrano davvero ringalluzziti, e firmano dopo tre anni di silenzio un album che va a sistemarsi ai vertici della loro lunga discografia.
L’album californiano, se ci è concesso, di un gruppo da sempre legato indissolubilmente a New York. Sia i riferimenti testuali - un pezzo si intitola Malibu Gas Station, un altro Thunderclap for Bobby Pyn, intensa dedica a Darby Crash e al primo punk-rock di Los Angeles - sia il clima che vi si respira rimandano infatti a quei posti, e alle suggestioni musicali ed emozionali che da sempre associamo loro. Le immagini che scorrono davanti agli occhi sono quelle: il sole, le autostrade e la disperazione annoiata del punk-rock di cui sopra (Sacred Trickster potrebbe essere un 7” dei Sonic Youth su Dangerhouse); il sole, gli acidi e i festival psichedelici all’aperto di fine anni ’60. E altro sole, dappertutto. Filtrato dalla cifra stilistica unica di un gruppo pronto però, nel ventottesimo anno di carriera, anche a testare cose nuove: l’assolo spezzacuore della stessa Malibu Gas Station, il garage-pop velvettiano di Poison Arrow, il connubio con i R.E.M. (gli altri grandi del rock alternativo statunitense) di Walkin Blue, i riff di chitarra secchi e potenti, fra proto-punk e certo suono duro di strada ancora molto losangeleno, sparsi ovunque.
Messo tutto insieme fa un Goo della costa ovest. Opera di un gruppo talmente ispirato e sereno da permettersi di sfruttare al minimo l’arsenale di distorsioni per cui è noto, optando per un approccio più diretto, sanguigno, concreto. Con una naturalezza invidiabile e onestamente inattesa. Per l’aurea mediocritas è ancora presto evidentemente: beata Gioventù.
(da Rumore n.209)

10. DENGUE FEVER. Sleepwalking Through The Mekong.




10
DENGUE FEVER
Sleepwalking Through The Mekong
(M80)

Conoscendo le inusuali vicende dei Dengue Fever, band di L.A. consacrata alla riscoperta del pop-rock cambogiano degli anni ’60 e ‘70, e guidata dalla cantante cambogiana Chhom Nimol, prima o poi doveva succedere. Un viaggio a tratti commovente nei luoghi dell’ispirazione, un tour alla scoperta di un Paese e una musica affascinanti, in faticosa ripresa dopo un passato tragico. La camera segue i sei mentre suonano nei bar dello struscio sul Mekong a Phnom Penh, nelle baraccopoli, con i bambini delle scuole di musica e con i maestri di strumenti tradizionali quasi perduti, ma anche a zonzo per mercati, negozi di dischi, viali intasati di motorini e cyclo, campagne, templi e spiagge. Con un entusiasmo e un’umiltà che rivelano quanto sia seria e sincera la loro devozione a un suono che detto così pare esotismo snob a buon mercato, e invece spacca come pochi. Occidente e oriente insieme, surf psichedelico californiano e tradizione khmer. Non bastasse il film, che purtroppo vola via in un attimo, c’è allegata la colonna sonora: classici travolgenti delle stelle locali Sinn Sisamouth e Ros Serey Sothea, estratti dagli album del gruppo, brani nuovi, jam con i maestri di cui sopra, live. Una febbre dolcissima.
(da Rumore n.214)

Ora, non ricordo se sia arrivata prima l'idea della Cambogia come meta delle prossime vacanze, se siano arrivati prima i Dengue Fever, o se le due cose siano andate di pari passo come un segno dall'altro. Fatto sta che se non ci si fossero messi di mezzo l'estratto conto e gli impegni, a febbraio questo blog sarebbe stato fermo, o magari avrebbe trasmesso da un internet café di Sihanoukville. L'ultima parola non è detta, ma il tutto suona purtroppo più 2011 che 2010 al momento. Sperando che la corsa contro il tempo e contro i magnati russi e cinesi a caccia di isolotti deserti non sia persa.
Con qualche riga in più a disposizione rispetto alla recensione, aggiungo che Sleepwalking Through the Mekong, il film, è diretto dallo statunitense John Pirozzi, e pur non essendo sottotitolato (se non in inglese quando si parla khmer) ha una forza che lo rende emozionante anche per chi non sa le lingue. Imperdibile, fra le altre cose, la serie di contenuti extra dedicati agli incontri con musicisti locali, o con i bambini di una scuola di musica.
Sleepwalking Through the Mekong, il disco, contiene come detto uno spaccato del repertorio dei Dengue Fever e delle loro influenze: quattro canzoni da Escape from Dragon House, una manciata di inedite (la cover di Hold My Hips della diva Sothea è pura magia), un'altra manciata di originali d'epoca che fanno venire una nostaglia pazzesca di luoghi e tempi dove non si è stati, e non è poco: la più sbarazzina Today I Learnt to Drink della stessa Sothea, Mou Pei Na e New Year's Eve (fuzz a go-go, ritmo spedito, melodia implacabile) in coppia con il contraltare maschile Sinn Sisamouth, l'acida e Dondung Goan Gay di Meas Samoun. Tutto commovente, e non per modo di dire.
Non propriamente un album nuovo del 2009, e anche per questo basso in classifica. Ma se vincesse il più ascoltato, serio pretendente alla medaglia d'oro.

Se interessa, oltre che con il resto della discografia dei Dengue Fever (tre album) si può approfondire con una superba raccolta della Sublime Frequencies, senza trascurare quelle dedicate alle vicine Thailandia e Birmania/Myanmar, altrettanto belle. Oppure, con questo blog, purtroppo non aggiornato da qualche mese.

11. PINK MOUNTAINTOPS. Outside Love.



11
PINK MOUNTAINTOPS
Outside Love
(Jagjaguwar)

Luogo comune vuole che quando il leader o il principale autore di un gruppo giochi la carta del disco solista, e non vada a fare cose diametralmente opposte, il primo commento buttato lì sia quasi sempre quello: “Sembrano demo del suo gruppo.” Se c’è invece uno a cui proprio non lo si può dire è invece Stephen McBean. E non perché sia andato a fare cose diametralmente opposte, giacchè sempre di rock in fondo stiamo parlando, ma perché il suo terzo album a nome Pink Mountaintops rivela una vena fino ad ora sconosciuta del suo autore. Mai affiorata così prepotentemente nei due album precedenti, nè tantomeno nel ribollente magma hard/psichedelico dei Black Mountain, nelle cui mani ben difficilmente immaginiamo le dieci canzoni di Outside Love. Un insieme organico e compatto di ottime canzoni fatte e finite, innanzitutto. Brillanti nella loro semplicità, e ciononostante dense di belle idee. Che suonano come se Jesus And Mary Chain, Mazzy Star, Spiritualized e Cowboy Junkies si fossero isolati per un po’ in una fattoria del profondo sud statunitense, assorbendone il clima musicale e uscendone con una serie di storie d’amore visionarie. Nella ipotetica fattoria c’era invece McBean, accompagnato da un gruppone di tutto rispetto – da Ashley Webber (The Organ, Bonnie “Prince” Billy) e Jesse Sykes, che duettano meravigliosamente con lui, a Sophie Trudeau (A Silver Mt. Zion) e a vari Black Mountain – e ispiratissimo. Axis: Throne of Love ed Execution aprono le danze con un muro spectoriano solenne a cui è difficile resistere, While We Were Dreaming materializza Hope Sandoval e Margo Timmins contemporaneamente, The Gayest of Sunbeams accelera, And I Thank You rallenta come una ballatona soul d’altri tempi, Vampire ha un finale corale da brividi. E ne abbiamo citate solo la metà. Considerati anche gli exploit del gruppo principale, se l’uomo non è in stato di grazia poco ci manca.
(da Rumore n.208)

01/12/09

12. THE XX. xx.



12
THE XX
xx
(Young Turks)

Questo è un altro che forse meritava di più.
Di tanto in tanto, in mezzo a decine e decine di gruppi trascurabili dei quali si parla solo in proporzione al capitale investito, spunta dall'Inghilterra qualcuno degno di attenzione, e degno del capitale investito (esempi degni di attenzione senza capitale investito non mancano, vedi ad esempio Hot Club De Paris).
Questi XX (o xx, c'è chi dice si scriva tutto minuscolo) sono quattro ventenni di Londra, due ragazzi e due ragazze, e apparentemente dal nulla esordiscono non soltanto con un album eccellente - cosa nemmento tanto rara, se ci pensate - ma anche e soprattutto con una identità forte che va al di là del valore di un semplice disco. Sembrano avere una visione molto chiara in testa - cosa assai più rara - e la concretizzano con naturalezza disarmante in un suono originale.
Fanno roba tipo? Boh, appunto. Sono scarni ed essenziali, ma insieme sofisticati. Usano (pochissimo) una batteria, una chitarra, un basso e una tastiera, eppure si fa fatica a trovare qualcosa di simile nella memoria. Citano apertamente brandelli di brani noti (VCR è uguale a Heroes con un po' di Velvet del terzo album, Infinity a Wicked Game) eppure, lo ribadiamo, sono originalissimi e del tutto moderni. Voce maschile e voce femminile si intrecciano su basi scheletriche e notturne, fra sensualità soul e gelo new-wave, con aperture melodiche sognanti che ti si piantano in testa, nulla di troppo e tutto al punto giusto, un calore che avvolge.

"È Natale e a Natale si può fare di più"

In confronto al memorabile cofanetto quintuplo con gadget assortiti di qualche anno fa, non è molto. Ma da qualche giorno è arrivato il regalo di Natale di Sufjan Stevens: un giochino online in cui potete vestirlo e truccarlo a vostro piacimento.
Io ho provato a fare un Sufjan con la cresta, gli orecchini e i tatuaggi. Cazzo, mi sono dimenticato di mettere gli anfibi nuovi sotto l'albero!

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